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    John Keats: Fantasia

    5 novembre 2015
    John Keats

    John Keats (Londra, 31 Ottobre 1795 – Roma, 23 Febbraio 1821) è stato un poeta inglese, uno dei principali esponenti del romanticismo.
    Nonostante il mancato successo presso i suoi contemporanei, John Keats è oggi unanimemente considerato uno dei più grandi poeti del Romanticismo inglese e alcune delle sue opere, le odi soprattutto, hanno raggiunto la fama immortale che gli è stata negata in vita.

    Di seguito troverete il testo completo della poesia…nel video solo un piccolo accenno 😉
    Vi abbraccio!

    FANTASIA

    Sempre la Fantasia lasciala errare,
    dentro casa il Piacere non c’è mai.
    Dolce Piacere, un tòcco lo dissolve
    come le bolle il croscio della pioggia,
    perciò lascia l’alata Fantasia
    vagare per le strade del pensiero
    sempre stese a lei innanzi, apri ed allarga
    la porta della gabbia della mente,
    d’un balzo ne uscirà prendendo il volo
    verso le nubi. O dolce Fantasia!
    Lasciala andare, guaste son dall’uso
    le gioie dell’Estate, ed appassisce
    come la fioritura che l’adorna
    il godimento della Primavera;
    di rosse labbra i frutti dell’Autunno,
    vermigli per la nebbia e la rugiada,
    saziano anch’essi a spremerne il sapore.
    Che fare dunque? Siediti nel canto
    del fuoco quando l’arida fascina
    brucia che splende, genio di una notte
    d’inverno; quando tace ammantellata
    la terra, e l’indurita neve è smossa
    dalle scarpe pesanti del bifolco;
    quando convegno col Meriggio ha stretto
    la Notte in un complotto tenebroso
    per bandire la Sera dal suo cielo.
    Siedi costì, e manda fuori, mentre
    di se stessa la mente è spaurita,
    la Fantasia che un grande ufficio assuma.
    Mandala, ella ha vassalli al suo servizio,
    a dispetto del gelo recherà
    bellezze che la terra ora ha perduto
    per te del tempo estivo tutte insieme
    condurrà seco tutte le delizie;
    tutti i germogli e tutte le campànule
    di Maggio, dalle zolle rugiadose
    còlti o dal rovo; tutta l’opulenza
    che con una sua cheta di mistero
    aria furtiva accumulò l’Autunno.
    Ella mescolerà questi piaceri
    come tre vini acconci in un bicchiere,
    e tu lo vuoterai. Distintamente
    le canzoni lontane allora udrai
    dei mietitori, e mentre lo si miete
    il fruscio che fa il grano; dolcemente
    far festa d’inni al nascere del giorno
    gli uccelli, e nel momento stesso, ascolta!
    questa è colei sollecita al mattino
    l’allodola d’Aprile, o la cornacchia
    col suo gracchiare affaccendato, in cerca
    di fuscelli e pagliuzze. Con un solo
    sguardo la margherita ed il fiorrancio
    contemplai; gigli di bianche piume
    e con loro la prima che dal boccio
    ha germogliato primula di siepe;
    nel suo calice d’ombre avvolto, sempre
    re di zaffiro e suddito gli è Maggio,
    il giacinto; e imperlati d’una stessa
    acquata foglie e fiori di ogni mese.
    Spiare scorgerai, magro dal covo
    del suo letargo, il topo campagnuolo,
    e il serve assottigliato dall’inverno
    depor la pelle su una ripa al sole;
    lentigginose in mezzo al biancospino
    dischiudersi vedrai le uova nidaci
    quando l’uccello femmina riposa
    dentro il nido di muschio quete le ali;
    poi fretta e allarme quando l’alveare
    manda fuori lo sciame, e gonfie a punto
    ghiande che tamburellano giù mentre
    le brezze dell’autunno escono in canti.

    Oh dolce Fantasia! Lasciala andare,
    l’uso guasta ogni cosa. Ov’è la guancia
    che non vizzisce a troppo contemplarla?
    Dov’è la giovinettà di cui fresco
    sempre è il labbro maturo? Dov’è l’occhio,
    per quanto azzurro, che non stanchi? e il viso
    che vorremmo incontrare in ogni luogo?
    Dov’è la voce, per quanto soave,
    che si vorrebbe spesso spesso udire?
    Dolce Piacere, un tòcco lo dissolve
    come le bolle il croscio della pioggia,
    perciò lascia l’alata Fantasia
    trovar per te un’amante che sia come
    sogna il cuor tuo: con gli occhi carezzevoli
    quali aveva di Cerere la figlia
    prima che il dio del Pianto le insegnasse
    ad accigliarsi e a rimbrottare; il busto
    candida e i fianchi, come di Ebe quando
    la cintura sfuggì al fermaglio d’oro
    e giù mentre reggeva la nettarea
    coppa, cadde la tunica ai suoi piedi,
    e venne meno di languore Giove.
    Seta il guinzaglio della Fantasia,
    rompine tu le maglie, svelto rompi
    la corda che la tiene imprigionata,
    e gioie recherà simili a queste.
    Lascia l’alata Fantasia vagare,
    dentro casa il Piacere non c’è mai.

  • Neruda Clip
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